“Unlängst erzähltest du vom früheren freund: / Sein helles Auge ward matt, sein mund der blühte / Ward saftlos; enge ward die hohe stirn ... / Ich weiss nicht, ob du Leib oder seine Seele / maltest” … in questi versi di Stefan George sembra essere condensata quella che è l’essenza del ritratto artistico: la rappresentazione di corpo ed anima. Infatti il ritratto ha per oggetto l’uomo e quindi anche il suo modo di porsi rispetto al mondo circostante. Esso costituisce pertanto, nell’indagine storico-artistica, un filo conduttore immediato e vivace ancor più dell’architettura o di altri generi artistici.
Di ritratti nell’antichità ce ne deve essere stata una folla enorme. Un’epigrafe, peraltro incompleta, ci attesta ci attesta che nella Roma di Costantino, solo per imperatori e generali, erano esposte ben 3785 statue. Invece ad Ercolano sono stati rinvenuti oltre 60 ritratti ed a Pompei ve ne dovevano essere un mezzo migliaio.
Questi dati trovano una vivida eco in una lettera scritta a Roma da Frontone (II secolo d.C.) al suo discepolo, il principe Marco Aurelio: “Sai bene che in tutti gli uffici di cambio, nelle botteghe e nelle osterie, nei passaggi e nelle finestre, sempre e dappertutto sono esposti i vostri ritratti (dell’imperatore Antonino Pio e di Marco); i più dipinti male, modellati e scolpiti in maniera semplice, per non dire miserabile. Malgrado ciò il mio sguardo non può passare mai sul tuo ritratto, per quanto non ti assomigli proprio per nulla, senza che le mie labbra non si dischiudano in un sorriso”.
L’uso intenso del ritratto nel mondo romano è dovuto al fatto che esso non costituisce soltanto un “genere artistico”, ma è innanzitutto una celebrazione sociale e politica del personaggio rappresentato.
Uno dei primi atti del princeps, nell’assumere il potere, era quello di far pervenire la propria immagine alle zecche di Roma e delle province. Un praefectus o libertus avrà provveduto poco dopo a farle pervenire anche agli eserciti per i sacrari di campo, ai proconsoli per decorare gli edifici pubblici (quali le curie, le basiliche, le terme, i templi, i collegi augustali etc.). E’ presumibile che le copie venissero effettuate su tipi codificati ed approvati dall’imperatore stesso assieme ad i suoi consiglieri. Ad esempio i 250 ritratti di Augusto ad oggi superstiti sono riconducibili a tre prototipi soltanto.
Si tratta quindi di un genere artistico molto vasto e complesso. Poco studiato finora è invece un tipo particolare di ritratto, il ritratto dipinto. E’ su di esso che cade la nostra scelta. Tale scelta è tuttaltro che riduttiva. L’elemento pittorico, infatti, accentua la connotazione psicologica dei personaggi rappresentati, che acquistano non solo vivacità, ma vita, divenendo come attuali interlocutori. Polibio stesso ci riferisce che le maschere in cera dei defunti raffiguravano con notevole fedeltà non solo la fisionomia, ma anche il colorito del compianto. Ciò significa che - come abbiamo appreso dall’arte espressionista - il colore contribuiva alla resa della fisionomia, intesa nel complesso anche dei suoi valori spirituali.
Bisogna premettere che nel grande naufragio della pittura antica gli esempi superstiti sono quasi tutti prodotti appartenenti all’artigianato piuttosto che a grandi personalità artistiche.
Un’eccezione è rappresentata dai ritratti su vetro, talvolta su sfoglia d’oro, dove l’estrema specializzazione tecnica ed il pregio del materiale lascia supporre maestranze raffinate e colte abituate a lavorare per una clientela di lusso. Qui si conserva infatti la tradizione del realismo romano di discendenza ellenistica. Basti pensare al tondo del Museo di Arezzo ed al gruppo familiare incastonato nella “Croce di Desiderio” al Museo di Brescia (III-IV secolo d.C.).
Pompei ci ha restituito uno stupendo esemplare dipinto a freddo di un giovane uomo dalla barba rasata, i grandi occhi espressivi, capelli scuri, la fronte alta solcata da lievi rughe.

“Ritratto maschile” su vetro (I secolo d.C.), da Pompei. Napoli, Museo Nazionale inv. 132424 (foto AFP MN 1369).
La torsione laterale del capo sul breve busto è una formula del I secolo d.C. per dar spirito all’immagine. L’armonia cromatica dei toni pastello farebbe propendere per una datazione ancora ad età giulio-claudia, anche se sorprende l’espressività del volto che pare preannunciare l’espressionismo dei secoli successivi.
Una donna di alto rango è quella che si fece ritrarre nel I secolo d.C. in un quadretto a tessere minute inserito nel pavimento in opus sectile di un tablinum pompeiano. La semplicità aristocratica della posa, la pettinatura sobria di moda ancora repubblicana, il tocco di eleganza e di ricchezza rappresentato dai monili (una collana di perle ed orecchini di oro), l’aspetto affaticato, quasi mesto, compongono nell’insieme un atteggiamento conservatore, perfettamente orientato alle regole comportamentali tradizionali.

“Ritratto muliebre” a mosaico (I secolo d.C.); Pompei VI 15, 14, triclinio. Napoli, Museo Nazionale inv. 124666 (foto AFP MN 319).
La nobile matrona di provincia si presenta come una donna che cura la propria persona e gode di ogni agio. Buoni costumi, pudore, serietà sono le “virtutes” espresse da questa immagine che ritroviamo codificate da Plutarco (I-II secolo d.C) nei suoi “Praecepta coniugalia”.
Un famoso ritratto neroniano di coppia da Pompei raffigura Paquio Proculo e la moglie.

“Paquio Proculo e la moglie” (tarda età neroniana); da Pompei VII 2, 6 (esedra). Napoli, Museo Nazionale inv. 9058 (foto AFP MN 819).
Paquio, panettiere (“pistor”), riuscì a farsi eleggere duumviro giurisdicente, la più alta carica della colonia. Si fa ritrarre vestito della toga e con il volumen nella destra; la moglie, con il dittico e lo stilo portato vezzosamente alle labbra, secondo un’iconografia che era stata creata per le poetesse e le muse. (L’ostentazione della più giovane sposa potrebbe anche essere intesa come l’espressione di un potere personale, quello del proprio fascino). L’idealità quasi stereotipa della posa ed il verismo dei ritratti convergono in una composizione poco convincente, quasi un fotomontaggio con sagome dipinte da “luna-park”; proprio per questo il quadro è molto significativo: eleganza, disinvoltura mondana, scioltezza dei volti - propri dei ritratti aulici di tradizione ellenistica - sono in fondo gli effetti perseguiti, ma il risultato è giusto il contrario: la posa goffa della moglie e la rozza e scontrosa durezza contadina del marito. Proprio perchè era stato prerogativa dei patrizi, il ritratto veristico continua nelle produzioni dei parvenus provinciali, quando a Roma oramai lo avevano già abbandonato per il tipo di ritratto influenzato dal classicismo neoattico.
Analogamente, negli atrii di rappresentanza, i parvenus che subentrano ai vecchi proprietari, talvolta non fanno rinnovare alle pareti le vecchie decorazioni repubblicane in stile architettonico, appropriandosi in tal modo di un segno di distinzione del vecchio patriziato, che così decorava le proprie case.
Un famoso tondo pompeiano raffigura una graziosa fanciulla che si lascia rappresentare con un trittico e lo stilo portato vezzosamente alle labbra, come se fosse in atto l’ispirazione.

“Saffo” (IV stile); da Pompei, Insula Occidentale. Napoli, Museo Nazionale inv. 9084 (foto AFP MN 929).
La preziosa reticella d’oro sul capo, che lascia fuoriuscire una frivola corona di riccioli, e gli orecchini d’oro sono un indizio del benessere della sua famiglia. Si è supposto che rappresentasse la poetessa greca Saffo. Il quadro però costituiva un pendant con quello di un giovinetto coronato con un rotulo di papiro,

“Giovane con rotulo”, costituiva pendant alla fig. 4. Napoli, Museo Nazionale inv. 9085 (foto AFP MN 815).
per cui rientra nella diffusa tipologia della coppia di “intellettuali” di provincia. Con la loro spiritualità essi anticipano il tipo del “mousikos aner” ritratto sui sarcofagi del III secolo, che ha consacrato la sua intera esistenza alle muse per guadagnarsi l’immortalità.
Nello stesso spirito una giovane coppia da Ercolano si lascia rappresentare, lui come attore, con la semi-maschera sollevata, lei come citareda, coronata di pampini.

A Stabia, nella Villa di Varano un “pater familias” di epoca giulio-claudia si lasciò rappresentare con i suoi durante una cerimonia, auto-elogiando la propria pietas (figura sottostante).

Fortemente caratterizzati sono soprattutto i due personaggi maschili. Le donne indossano l’una la tunica con mantello, l’altra la palla. Nell’officiante, caratterizzato come il più anziano, con la barba ed il capo coronato, potremmo presumere il pater familias. Gli altri membri sono assistenti al culto. Essi recano un vassoio con acerra e ramoscello, una “lanx” con offerte, un’oinochoe, una pisside.
Allo stesso genere appartengono le raffigurazioni di ministri del culto nel portico del Tempio di Iside a Pompei. Fra essi spicca la figura di un giovinetto con situla, l’unico a non avere il capo rasato.

“Sacerdote isiaco” (età neroniana); da Pompei, Tempio di Iside, portico. Napoli, Museo Nazionale inv. 8918 (foto AFP MN 1136).
Forte è la suggestione di identificarvi quel Numerio Popidio Celsino che a soli sei anni fece restaurare il santuario danneggiato dal terremoto del 62 d.C. Il taglio dei capelli secondo la moda neroniana ne fa un personaggio contemporaneo, non astratto. Anche Loreio Tiburtino, sacerdote di Iside, si fece ritrarre su di una parete della sua casa.
Alcune volte i ritratti vengono rappresentati mettendo soltanto in risalto l’età dei personaggi, come fosse l’unica caratteristica: il vecchio,

la giovane graziosa,

il bimbo morto prematuramente.

L’imperatore Claudio diede inizio alla sua assimilazione con Giove. Alla divinizzazione degli uomini corrispose una umanizzazione degli dei, conferendo agli dei, finora idealizzati, acconciature alla moda

“Venere in conchiglia” (età flavia), Pompei, II 3, 3.
e fisionomie individuali.

L’imitazione dei modelli colti ed autorevoli dell’arte ufficiale, come imitazione di classe, è presente anche in scene di genere dell’arte plebea.

Il panettiere che si lascia raffigurare nella sua bottega indossa una tunica bianca, come la tunica dei cittadini di pieno diritto, e protende il pane ai clienti non come se vendesse, bensì con la solennità di un magistrato nell’atto di compiere elargizioni.

“Bottega di fornaio” (età neroniana), da Pompei VII 3, 30. Napoli, Museo Nazionale inv. 9071 (foto AFP MN 957).
Si tratta dell’autorappresentazione di una classe in ascesa dopo gli sconvolgimenti economici e sociali conseguenti al terremoto del 62 d.C.; non a caso i ritratti appaiono molto più numerosi nell’ultima fase decorativa della città.
Al giovane magistrato Caio Vestorio Prisco, morto nel 75/76 d.C. all’età di 22 anni nelle sue funzioni di edile, la municipalità offrì il suolo per la tomba ed una somma di duemila sesterzi per i funerali, che vennero a questo scopo amministrati dalla madre. Il giovane è rappresentato frontale, quasi imponente, sul suggestum nell’atto di emanare leggi, secondo un’iconografia tipica del mondo romano.

Tomba di Vestorio Prisco, Pompei, Porta Vesuvio. Il defunto è rappresentato come un funzionario in udienza (foto Ivan Varriale).
Le capsae ed i dittici indicano un’intensa attività scrittoria sia di amministrazione che di relazioni. I giuochi gladiatori sono il ricordo di quelli offerti dalla municipalità in suo onore in occasione del suo funerale, quindi un pubblico riconoscimento.

Tomba di Vestorio Prisco, Pompei, Porta Vesuvio. Giochi gladiatori (foto Ivan Varriale).
A parte, su di un tavolino è raffigurato, con cura meticolosa, fin nei minimi particolari, uno stupendo servizio d’argento, segno dell’antica ricchezza della sua casa.

Tomba di Vestorio Prisco, Pompei, Porta Vesuvio. Tavolino con servizio d’argenteria (foto Ivan Varriale).
La dignità di una magistratura significava il riconosciuto status sociale di un borghese “come si deve”, non a caso quindi la madre Mulvia Prisca scelse la celebrazione politica per eternare il ricordo del figlio.
Umberto Pappalardo
Prof. di Archeologia Pompeiana
Università “Suor Orsola Benincasa”, Napoli






